Ballo di interessi senza fine per le province sarde

Il rapporto tra la Sardegna e le sue Province è ormai un moto perpetuo che va avanti e indietro, con un cambio continuo di numeri e confini. Per quasi cinquant’anni anni (dal 1927 al 1974) si è visto uno schema pressoché immobile, con le Province di Cagliari, Sassari e Nuoro. Poi si è aggiunta Oristano (nel 1974), mentre dal 2001 a oggi è successo di tutto: le quattro Province sono diventate otto, poi di nuovo quattro, poi cinque. Anzi: quattro più una città metropolitana. Ora, con la nuova legge approvata dal Consiglio regionale, arriva un altro cambio di scena: due Città metropolitane – Cagliari e Sassari – e sei Province: Nuoro, Oristano, Sulcis-Iglesiente, Nord-Est Gallura, Ogliastra e Medio Campidano.

Gli scenari

Le continue rivoluzioni nell’Isola non sono però finora state seguite dallo Stato, che non ha mai trasferito alle nuove Province regionali disegnate nel nuovo millennio le prerogative riconosciute tradizionalmente agli enti intermedi. Nella moltiplicazione varata nel 2001 non c’è stata l’attivazione automatica di «sedi articolate su base provinciale delle amministrazioni centrali». Le quattro Province che hanno preso vita formalmente nel 2005 hanno avuto poteri limitati, legati soprattutto alla gestione ambientale del territorio, all’edilizia scolastica, alle pari opportunità e al controllo delle strade provinciali. Diverso è stato il peso politico, con l’introduzione dei Consigli provinciali eletti dai cittadini con cadenza quinquennale. Non sono mancati i contenziosi con lo Stato centrale per il riconoscimento delle risorse economiche, arrivate sempre col contagocce. Nel 2006 il Governo aveva messo quasi una pietra tombale (in risposta a un’interrogazione in Parlamento), sottolineando che «la normativa sui trasferimenti erariali può essere applicata solo alle Province istituite a suo tempo con legge statale. Per poter distribuire alle nuove Province sarde tali risorse occorre procedere a un’intesa con la Regione Sardegna e gli enti locali interessati per mettere a punto una norma di legge specificamente volta a disciplinare la ripartizione di trasferimenti statali in questione fra Province madri e quelle di nuove istituzione».

Province cancellate e risorte

Le poche risorse e i costi della politica degli enti intermedi avevano spinto le forze regionali a fare un rapido dietrofront: un referendum popolare (a matrice politica trasversale) organizzato nel 2012 ha avuto un esito chiaro. Per i sardi le nuove Province erano da considerare inutili, quindi da cancellare. La nuova riorganizzazione è arrivata nel 2016, con una legge regionale che ha anche ratificato l’attivazione di Cagliari Città metropolitana, l’ente voluto dallo Stato nei grandi centri urbani: via le “vecchio-nuove” Province regionali, con la necessità, però, di riorganizzare i territori nella parte meridionale dell’Isola. Da qui la nascita della Provincia del Sud Sardegna (con capoluogo Carbonia), da aggiungere a Cagliari (con un nuovo territorio più ristretto), Sassari, Nuoro, e Oristano. Tutto risolto? Neanche per sogno: nel 2021 è stato predisposto un nuovo disegno di legge regionale con la riconfigurazione degli enti locali intermedi dell’Isola. All’inizio di settembre di quest’anno la nuova organizzazione territoriale è stata approvata definitivamente dal Consiglio regionale, con buona pace per il referendum del 2012. Gli scenari sono simili a quelli del 2001, con l’istituzione del Nord-est (la Gallura), dell’Ogliastra, del Sulcis-Iglesiente e del Medio Campidano. Quattro Province nuove da aggiungere a quelle già esistenti di Nuoro e Oristano. La novità è la nascita della Città metropolitana di Sassari, da affiancare a quella di Cagliari, che nel frattempo è stata ridisegnata con un territorio che passa dai 17 Comuni originari della cosiddetta “area vasta”, a 71, con l’aggiunta di vari centri del Campidano, del Parteolla, della Trexenta, del Sarrabus e del Gerrei.

Rischio scatole vuote

Anche questa volta, però, c’è il rischio che i nuovi enti restino scatole vuote: non esisteranno neanche le elezioni di primo livello (col voto popolare) delle assemblea provinciali, ma saranno gli amministratori dei Comuni a comporre il Consiglio. Il vero salto di qualità per i nuovi enti locali arriverebbe solo con un intervento dello Stato: in quel caso sarebbe possibile decentrare la Prefettura, la Questura, la Camera di commercio, i comandi dei Vigili del fuoco, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, la Ragioneria dello Stato, la Commissione tributaria, la Direzione provinciale del lavoro, il Dipartimento dei trasporti (cioè l’ormai ex Motorizzazione), l’Agenzia delle dogane, del demanio, le sedi provinciali dell’Inps e dell’Inail. Sulla carta le potenzialità di sviluppo delle Province sono allettanti ma è difficile che lo Stato centrale possa decentrare e moltiplicare tutti questi uffici in una regione a bassissima densità di popolazione che può contare su poco più di un milione e mezzo di residenti.

Riferimenti: discussione in Camera

Rispondi